18 giugno

1922
L'epilogo della ruvida epopea vercellese

Il campionato italiano di Prima Divisione dell'annata calcistica 1921-22 fu l'ultimo dei sette vinti dalla Pro. Si concludeva così "la ruvida epopea degli autodidatti vercellesi" (Brera), in una scontata gara di ritorno della finalissima, giocata sul campo amico, il "Principe di Napoli", contro un club romano-papalino, la Fortitudo (Società di Ginnastica e Scherma). All'andata fu tre a zero per i piemontesi. Come oggi, anche a quei tempi l'eccessivo successo generava noia e assuefazione. "Poco pubblico è accorso sul campo della Pro Vercelli per assistere alla finalissima del campionato confederale di foot-ball, nella quale le squadre hanno giocato con poca passione. La sicurezza della vittoria dei vercellesi era troppo evidente e essi hanno voluto anche scherzare, cosicché si sono visti segnare dagli ospiti due goals consecutivi" (La Stampa). Gli ospiti, dal canto loro, se ne videro segnare cinque. Onorevole sconfitta, tutto sommato.
Campionato 1921-22

1972
Der Bomber

La logica dei numeri non ha fascino, e talvolta genera valutazioni effimere. Ci sono pedatori che ne prescindono, altri la cui parabola agonistica può esserne invece scientificamente rappresentata. Lui è uno di questi. Vediamo un po'. Gli è capitato di non gonfiare la rete in ventitré occasioni, su un totale di sessantadue apparizioni con la sua nazionale (equamente distribuite tra amichevoli e competitive); di queste ventitré, solo sette contavano qualcosa. L'ultimo dei suoi sessantotto gol l'ha segnato nell'ultima partita, che era anche l'ultima e decisiva di un mondiale: naturalmente, fu quello decisivo (a Monaco, nel '74). Era il suo mestiere: risolvere le partite. Nel '70 risolse il quarto con gli inglesi, nell'extra-time; in semifinale fece all'Italia (sempre nei supplementari) il gol del 2 a 1 (sembrava finita per gli italiani) nonché (quando sembrava finita per i tedeschi) quello del 3 a 3. La fase finale degli europei disputata in Belgio nel '72 fu decisa da lui: doppietta ai padroni di casa in semifinale; doppietta in finale ai sovietici (ad aprire e a chiudere un inappellabile 3 a 0). Fu un centravanti assolutamente archetipico: il rapinatore d'area, quello in grado di intuire traiettorie sporcate e di calamitare la sfera, sbucando fulmineo da mischie affollatissime e crude. "You have to react quickly, or the chance is gone", diceva. Si sta naturalmente parlando di Gerhard ("Gerd") Müller; quel "Kleines dickes Müller" del 1964 che, in capo a un decennio, divenne per i tedeschi "der Bomber der Nation". Per la Germania e per la Baviera: "Tutto quel che è diventato il Bayern lo si deve a Gerd Müller". Parola del Kaiser.
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1978
Il centravanti inesploso

"La maggior tristezza nella mia carriera è il modo in cui fummo eliminati nel mondiale del 1978. Eravamo imbattuti, ma andammo fuori per il 6 a 0 subito dal Perù contro l'Argentina". Parole di Carlos Roberto de Oliveira, ma lo chiamavano Roberto Dinamite perché dai suoi piedi esplodevano gol di inaudita potenza. Era il centravanti della Seleçao, la notte in cui a Rosario si disputò il Gran Clásico del Sudamerica, che valeva una prenotazione del Monumental di Baires per la finale. Roberto Dinamite era la leggenda vivente del Vasco de Gama, il suo club, per il quale giocò più di mille partite, segnando centinaia e centinaia di reti. Lo ritenevano un campione. Ma i campioni sono quelli che decidono le partite decisive. Lui, in quei novanta minuti, si trovò per ben tre volte solo davanti a Fillol, goleiro dell'Albiceleste. Tre grandi occasioni: una dopo l'altra, le fallì.
Cineteca

1980
Le barbe del Belgio

All'Olimpico, ultima partita del girone. Miracolosamente scampati a una sconfitta contro la Roja, meritatamente vittoriosi contro i leoni di Albione, gli azzurri dovevano assolutamente battere il Belgio per accedere alla finale del Campionato d'Europa. Ma i quattro barbuti  - Van Moer, Ceulemas, Gerets (foto) e Millecamps ("barbe però più nazarene che terroristiche, barbe cintanti, facce abbastanza chiare") -  avvolsero la partita in una vischiosa melina. Botte da orbi, gli italiani non trovarono intuizioni né sufficiente bravura per uscire dalle sabbie mobili. I belgi, "con calma da bonzi", perdevano tempo in ogni occasione, diluendo il ritmo e il tempo del gioco: "si giocava una partita per aria, tra soli corpi, e una rasoterra anche col pallone. I belgi la giocavano col fuorigioco, gli italiani li assediavano con una sorta di paura di essere uccellati. La gente sovente taceva, come schiacciata da una nemesi" (Giampaolo Ormezzano). Arrivò il fischio finale, e le cose erano ancora esattamente come all'inizio. Il gol, una chimera.


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