26 giugno

1992
La beffa danese

Mettetevi nei suoi panni. Ha lavorato giorno e notte per mesi, viaggiato per tutti gli stadi d’Europa, studiato - dal vivo e in videocassetta - centinaia, migliaia di partite. Finisce la stagione, i club delle leghe a calendario allineato (le maggiori) hanno mandato in vacanza i propri giocatori, e anche i commissari tecnici delle rappresentative nazionali non qualificate per l’europeo hanno messo in archivio gli appunti presi nelle ultime, inutili amichevoli d’inizio estate. Sono i momenti ideali per riprogrammare l’esistenza: per esempio, arredando la casa acquistata da tempo, dove finalmente trasferirsi, ora che non ci sono più in  agenda impegni istituzionali e voyeuristici. Ed è esattamente di questo che si stava occupando il signor Richard Møller-Nielsen; passata la cinquantina da un po', una modesta carriera di pedatore e addestratore di pedatori alle spalle, può anche darsi che avesse deciso di tirare i remi in barca. La sua vita, invece, fu travolta dall’implosione della Jugoslavia, dalla risoluzione ONU 737 del 1° giugno 1992, da una delibera UEFA del giorno prima. Per la Danimarca, che il signor Richard Møller-Nielsen guidava senza infamia e senza lode da un paio d’anni, s’era trovato un volo last-minute per il villaggio vacanze degli europei di Svezia, disdetto dagli slavi. Per molti pedatori danesi quell’inatteso cambio di programma dovette sembrare un’autentica beffa. L’unico a non volerne sapere fu Michael Laudrup; così, disfatte le valigie e disdette le prenotazioni per esotiche mete, Schmeichel & Co. decisero che la beffa doveva essere restituita con gli interessi. Neutralizzati gli albionici e concesso un golletto ai padroni di casa, si scatenarono ai danni di francesi e olandesi. Poi schiantarono in finale la Germania e si presero il titolo europeo. Roba da non credere. Il signor Richard Møller-Nielsen, due mesi dopo, a Riga per visionare la Lettonia, è circondato da un nugolo di giornalisti. Vogliono sapere di Laudrup e dei lavori di casa. Su Laudrup un’alzata di spalle e nessuna risposta. Sui lavori, una risatina seguita dalla “giusta versione dei fatti”. Si trattava solo di montare una cucina nuova, e c'è voluto del tempo. Ikea o Poggenpohl? Un sogghigno, nessuna risposta.
1996
He missed the fucking penalty

Stuart Pearce e Paul Gascogne indossano l'elmetto: il Daily Mirror ha dichiarato guerra (football war, ovviamente) alla Germania, e ha scelto i propri eroi. "Achtung!", per te Fritz la Championship '96 is over. Passi per Pearce, ma è difficile immaginarsi Gascoigne in assalti alla baionetta. D'altra parte, l'aggressività e il sarcasmo mediatico rivelano il timore di fondo, uno stato d'animo che alla vigilia della semifinale europea contro la Nationalmannschaft accomuna tutti i sudditi di Sua Maestà. A ben vedere, è una partita - pardon, una guerra - persa in partenza. Chi ha voluto che sul tabellone di Wembley, prima ancora che le bande sparassero i santi inni, apparisse la frase "So che è accaduto una volta, ma si potrebbe ripetere"? Sì, era accaduto in Italia, al mondiale. Semifinale, grande partita, gli albionici meritavano ma si sono dovuti accontentare di un consolatorio picnic con gli azzurri, come loro sconfitti ai rigori. E ai rigori finisce anche questa volta. Siamo al penultimo, e tocca a Gareth Southgate. Lo tira alla destra del portiere, ma sarebbe stato meglio se avesse scelto l'angolo sinistro. "He missed the fucking penalty", canterà una punk-rock band di Lewisham (South London). "Dance now whatever you will be / but he missed the fucking penalty / so we smashed up the town / wherever we may be / coz he missed the fucking penalty".

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25 giugno

1950
Il colpevole

Quasi tutti i titolari rimasero in tribuna d'onore, una tribuna speciale che nessuno poteva vedere ma soltanto immaginare. Certo, avrebbero dovuto giocare loro; erano gli eredi designati. Che fossero davvero forti come Meazza e Colaussi, come Guaita e Schiavio, l'avrebbero stabilito solamente gli stadi del Brasile. Ma al Pacaembu scesero in campo undici ragazzi stanchi e poco allenati, che avevano navigato fino al Sudamerica per il timore d’essere risucchiati nel buio dell’oceano, terrorizzati all’idea che la macchina volante potesse anche per loro essere fatale. Forse arrivarono al prato già rassegnati, e furono messi sotto da undici “sbrigativi” (come li definì Monsù Poss) dilettanti svedesi; iniziava per gli azzurri una lunga epoca di incertezze e delusioni. Di esperimenti inutili. Ne è testimonianza la strana storia di Augusto Magli (foto), solido centromediano metodista e sistemista della Fiorentina, capitano mancino dei viola nell’immediato dopoguerra. In nazionale, giocò solo quel giorno; della sconfitta, fu considerato tra i principali responsabili. Ripudiato da Ferruccio Novo e dai suoi successori, vagò per gli stadi della Serie A fino al 1958; poi – dicono le scarse informazioni disponibili – emigrò. Aveva sposato una figlia di Edoardo Moroni, già ministro dell’agricoltura nella Repubblica Sociale Italiana, ‘esule’ in Sudamerica, funzionario di Perón, longa manus della grande industria italiana in Argentina e poi in Brasile. E fu proprio in Brasile che Magli andò a vivere nel ‘63, restandoci per oltre trent’anni. A São Paulo iniziò, finendola al novantesimo, la sua carriera azzurra; da São Paulo, il 3 novembre 1998, arrivò la notizia della sua morte.
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1986
E' morto il re

La Francia ha eliminato dalla coppa del mondo un bel po' di coppe del mondo: le tre dell'Italia negli ottavi; le tre del Brasile nei quarti. Ora, in semifinale, può defenestrare le due dei tedeschi, e la cosa sarebbe in sé di enorme soddisfazione. Anche in ricordo della semifinale di quattro anni fa. Allora erano favoriti i teudisci, e vinsero. Oggi sono favoriti i francesi. Mitterrand è già sul predellino,  ha in tasca il biglietto per la finale dell'Azteca. "Se Platini fosse vivo (e invece è mezzo morto) favorirei la Francia su tutti", scrisse Gianni Brera.  Infatti. Un gol all'inizio, uno alla fine. Il primo è una paperona di Bats, il secondo vale solo per le statistiche. Erano favoriti i francesi ma - toh! - ha vinto la Germania. Quindi il re è davvero morto. Il Kaiser, invece, gode di ottima salute, e va a giocarsi l'ennesima finale della sua interminabile carriera.
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24 giugno

1990
Il freddurista


Derby della madonnina negli ottavi di Italia '90. Al Meazza vince l'Inter (gol di Klinsmann e Brehme); platonica la presenza nel tabellino di Ronald Koeman, che due anni prima ad Amburgo era stato l'unico a dare la propria in cambio della maglia di un avversario, salvo mimarne un uso singolare sotto la tribuna centrale del Volksparkstadion. Il solo milanista a lasciare una traccia profonda nella partita è il mite Franklin Edmundo Rijkaard: si prende un rosso per aver espettorato in testa a Rudolf ('Rudi') Völler, che gli dava le spalle (foto). Un 'gesto' del quale nessuno ha mai saputo il motivo; forse il primo episodio del genere colto dalle telecamere e immediatamente ritrasmesso dal satellite ai quattro angoli dell'universo. Il disgusto fu unanime. Anche il tedesco fu espulso, senza ragioni apparentemente comprensibili. Si parlò di epiteti razzisti; prima Völler, poi Rijkard negarono la circostanza. A distanza di tempo Frankie dirà: "a pensarci adesso è davvero buffo, no?". E' un noto freddurista. Ma anche un olandese originario delle Indie occidentali; per lui la vittoria dei tedeschi non era un evento insopportabile. Così, dopo la battaglia di Milano, i migliori poeti olandesi non vennero nuovamente sollecitati a versificare, com'era accaduto nel 1988. I cittadini di Amsterdam non corsero più in strada per gettare simbolicamente nel cielo le proprie biciclette. Ci fu solo qualche disordine lungo la frontiera. Dal canto loro i tedeschi, che erano sembrati irresistibili nelle prime partite, uscirono un po' storditi da quell'ordalia; arrivarono in fondo al torneo e lo vinsero, ma nessuno si divertì più guardandoli giocare.
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23 giugno

1954
La disfatta del Saint-Jakob

Molto bene. Abbiamo spezzato le reni al Belgio e ci giochiamo al Saint-Jakob di Basilea contro la Svizzera lo spareggio per essere ammessi al tabellone dei quarti. Eravamo una 'testa di serie', e così invece di affrontare l'Inghilterra ci toccano due volte gli elvetici padroni di casa e sornioni. Molto bene. Abbiamo già perso la prima, ma era l'esordio, dovevamo acclimatarci. Acclimatati, perdiamo anche la seconda. Anzi, la seconda è una autentica disfatta. Contro il truculento verrou di Karl Rappan (foto) schieriamo le pulci, e la squadra è lanciata a un dissennato arrembaggio. Ne busca quattro, in ovvie azioni di contropiede. "Se gli italiani disponessero ancora di giocatori del calibro di un Meazza, le cose sarebbero andate diversamente", scrive un quotidiano di Berna. Già, tutti ronzini i nostri, con l'eccezione di quelli rimasti a casa. Come che sia, "i mondiali del '54 perdono gli italiani ... e ci guadagnano in qualità" (Brera). Purtroppo, nei nostri favolosi 1950s il peggio deve ancora venire.
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1965
Il veterinario

Máté Fenyvesi esordì con la maglia numero undici dell'Ungheria nella prima partita giocata dai magiari dopo l'incredibile sconfitta di Berna. Compiva ventuno anni proprio in quel giorno (era il 19 settembre del 1954), e per dodici lunghe stagioni, fino al 1966, quella maglia fu ininterrottamente sua. Lui non abbandonò il paese dopo i tristi eventi del '56; Máté non prese il volo, anzi: studiò da veterinario, giocò centinaia di partite per il Ferencváros, e poi si diede alla politica. In Italia fece capolino un paio di volte, nel 1965, prima a Roma e poi a Torino, per due partite di Coppa delle Fiere. Segnò a Roma, e segnò anche a Torino. Ma il gol di Torino contava molto: fu il solo della finale (finale in partita unica), e dunque la decise, e di conseguenza rovinò la festa alla Juventus di Heriberto Herrera, sottolineandone già alla prima occasione una carente vocazione europea. Triste serata, per i bianconeri; e triste giornata, vissuta nel lutto per la morte di Carlo Carcano, l'uomo che, prima della guerra, li aveva guidati alla conquista di svariati consecutivi scudetti. Fu la prima e unica competizione continentale conquistata da un club ungherese nell'età moderna. Un barlume di luce, nella tristezza.


1974
Come una montagna di ricotta

L'ultimo giorno della vacanza pallonara italiana in Germania è arrivato. Si gioca a Stoccarda, contro la poderosa Polonia già qualificata al secondo girone. Basta un pareggio. Sarebbe bastato, ma alla fine del primo tempo siamo sotto di due gol. Perché abbiamo sprecato, perché l'arbitro non ci ha assegnato un sacrosanto rigore. Per via delle beghe politiche e tattiche, i dissidi, i litigi, il declino dei nostri campioni. "In sostanza, ci eravamo comportati come potrebbe un generale che, non avendo esercito, decida di affrontare il nemico mostrandogli le foto dei suoi defunti eroi. Molti erano i morti nella piccola armata azzurra. Valcareggi o chi per lui non ha voluto accorgersene" (Gianni Brera). Così, si torna a casa. Mestamente. "La spedizione è fallita su tutti i piani: partita con la maestosità organizzativa di una flotta che non teme alcuna corazzata nemica, la tribù azzurra si è sgretolata per strada come una montagna di ricotta" (Giovanni Arpino).


1984
Verbum Regis

C'è un motivo per cui il Portugal, inteso come Selecçao das Quinas, non aveva mai vinto nulla. E questo motivo era da tutti gli osservatori individuato nell'inclinazione a costruire giocatori raffinati ma che detestano il principale senso del gioco: fare gol. Unica, storica eccezione: Eusébio - ma, appunto, portoghese non era. Oggi, finalmente, c'è Cristiano Ronaldo. Tuttavia, vi sono state circostanze in cui la sfortuna e altri fatti imprevedibili e imprevisti hanno fatto capolino e messo a soqquadro il corso degli eventi. Per esempio, nella semifinale europea del 1984, che oppose il Portogallo alla Grande Francia di Roi Michel. Già. A sei minuti dalla fine del secondo tempo supplementare i galletti sono virtualmente spennati, e messi fuori dal loro campionato in semifinale. C'era un centravanti a Lisbona, giocava nello Sporting e si chiamava Rui Manuel Trinidade Jordão. Anzi,  Jordão e basta: Doppietta. Purtroppo per la Lusitania, c'era un difensore a Touluse, si chiamava Jean-François Domergue, aveva un tiro mancino apprezzabile. Doppietta, due a due. Naturalmente, il re sbadigliante si destò giusto in tempo per emanare il decreto che portava la Francia in finale. Promulgò la legge (foto) a un minuto dal termine, nella sovrana solitudine cui fu abbandonato vicino all'area del portiere, con la porta spalancata.
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22 giugno

1974
Germania contro Germania

Il pallone imbizzarrisce e sbatte sulla faccia dell'uomo con la maglietta blu, il numero 14; sembra un controllo involontario, ma la sua efficacia è sicura, perché taglia fuori i pochi in maglia bianca che presidiano l'area. Uno, due, tre, quattro rimbalzi: poi il piede destro del numero 14 esplode un colpo che indirizza il cuoio sotto la traversa. Un tiro imparabile. "Non casco dalle nuvole. So di essere l'eroe di un'epoca che non tornerà. Quel giorno al Volksparkstadion gli 8.500 tedeschi arrivati ad Amburgo con i treni dall'est e con un visto turistico che durava giusto il tempo della partita, alzarono le braccia. Per il gol sì, ma anche per tutto quello che significava. Quella rete diventò per un anno la sigla di molti programmi sportivi. E dopo la caduta del muro, per ricostruire un'identità sportiva collettiva, tutti chiedevano all'altro: dov'eri quando Sparwasser segnò?". Il centravanti operaio del Magdeburgo fu dunque autore del gol che decise l'unico derby mai disputato fra la Germania e la Germania, quando il muro ancora divideva l'una dall'altra. Un gol che in apparenza, se circoscritto alla sola vicenda agonistica e statistica di quel mondiale, serviva solo ad assegnare il primo posto nel girone. Tuttavia, proprio perdendo quel match, i tedeschi dell'ovest ebbero il cammino spianato verso la finale: altro che la Waterloo evocata a caldo dal Kaiser. Evitarono infatti di incrociare nella seconda fase a gironi brasiliani e argentini, e soprattutto l'arancia meccanica, che toccò invece agli "onesti somari" dell'est. Chi se la sente di escludere che, sotto sotto, Beckenbauer e i suoi si fregassero le mani? Uno come Breitner - per dire - non è detto che morisse dalla voglia di dare una lezione ai fratelli comunisti; fu lui ad aspettare i tedeschi dell'altro blocco negli spogliatoi, e fu lui a prendersi (in cambio della propria) la maglia del centravanti operaio. Nel tempo, i contenuti simbolici e politico-militari di quella partita sfumeranno in pacate o faziose analisi del rapporto tra il calcio e ciò che ne è pallida metafora (la realtà, la politica); e l'eroe di Amburgo, Jürgen Sparwasser, sarà un giorno bollato dai suoi come traditore, quando getterà il cuore e le gambe oltre l'ostacolo. Accadrà nel 1988; ancora pochi anni, e quell'ostacolo (il muro) sarà definitivamente rimosso. E fra tedeschi non ci sarà più nessun derby da giocare; quello del Volksparkstadion rimase senza alcuna possibilità di rivincita.

1982
El Nene

Dopo la finale del 1970, qualcuno chiede a Pelé se parteciperà anche alla prossima coppa del mondo. Difficile, quasi impossibile. "Non preoccupatevi, ho già un successore ed è Teófilo Cubillas", rispose. Già. Cubillas, 'El Nene', il più forte calciatore nella storia del Perù. Ci ricordiamo le sue movenze felpate, sulle alture messicane, quando in una sconosciuta (per noi europei) selezione con banda rossa trasversale sulla maglia regalava gol ed emozioni. Ne fece uno anche al Brasile, ma naturalmente non bastò. Sono trascorsi dodici anni. Al Riazor sta giocando la sua ultima partita con quella maglia, sono gli ultimi minuti, la Polonia ha dilagato nel secondo tempo. Cinque a uno, sarà un triste saluto, quello del Nene. Perciò, quando l'arbitro si sarà ripreso il pallone, non lasciate che torni da solo negli spogliatoi. Alzatevi in piedi, e che il vostro applauso sia lungo. Lungo e caldo, come lui si merita. Cubillas è stato una grande stella del Sudamerica.

1986
Capolavori di Diego

L'Azteca è teatro di partite indimenticabili, negli anni in cui il Messico organizzò la Coppa del mondo. Nel 1986, per esempio, ci fu Inghilterra-Argentina. L'incrocio avveniva a quattro anni dalla 'Guerra delle Falklands'. Fu la partita in cui el Diego diede prova per gli argentini della propria santità in vita. Suoi furono i gol che decisero il match. Inutile rievocarli, tutti li conoscono, tutti li hanno visti decine e decine di volte. Forse non ve ne sono di più famosi, nella storia del football. Cari signori, se volete più tardi li proiettiamo ancora. Come? Li proiettiamo subito, d'accordo. Ecco, questo è il primo (la mano de Dios) e questo è il secondo (Diego che, uno dopo l'altro, semina gli inglesi e va in porta col pallone). Il secondo è davvero un capolavoro assoluto. Si può discutere sulla santità del Pibe, certo: ma che si tratti di un artista di valore universale e assoluto, nessuno lo può negare. Personalmente, preferisco lui a ... (mah, non mi viene in mente nessuno, al momento: ci penserò). Il bello è che lui dice di essere affezionato soprattutto al primo dei due, il gol palesemente malandrino che qualsiasi arbitro al mondo non avrebbe convalidato - e sarebbe interessante sapere chi, in quell'istante, ottuse gli occhi e otturò il fischietto di Alì Bin Nasser, l'arbitro tunisino. A ogni modo, l'iceberg inglese è superato, e l'Albiceleste un transatlantico che naviga tranquillo in direzione della finale. Bene. Credete che per los argentinos il bello fosse ancora di là da venire? Per nulla. Lo dicono tutti. Il loro scopo non era vincere il mondiale, ma la guerra con gli inglesi. La vinsero, all'Azteca, e da quel giorno si sono (quasi) dimenticati delle Malvinas.
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21 giugno

1964
La gran victoria del fútbol español

La Spagna è cambiata. Un po' come si appresta a fare l'Italia. Basta con gli oriundi. I fuoriclasse di svariate origini emigrati a Madrid e a Barcellona non vengono più chiamati a far parte della Selección. E la Selección raggiunge un traguardo notevole: la finale del secondo campionato europeo. La gioca in casa, al Bernabéu, contro i sovietici detentori. La vince, grazie a un memorabile gol di testa - con tuffo e avvitamento - segnato da Marcelino Martínez Cao, attaccante del Real Zaragoza e componente della famosa linea de "los 5 magnificos". La squadra è giovane e incosciente, c'è gente che corre veloce; il ritmo è infernale. Il Generale Franco è in brodo di giuggiole. Anche Monsù Poss è ammirato: "Era tempo, parecchio tempo che non vedevamo operare una squadra a quel modo. Essa ci ha ricordato, pensandoci su, quei due famosi incontri Italia-Spagna di Firenze del campionato del mondo del '36". Monsù, intanto era il 1934, e non crediamo che sia un paragone azzeccato. Morale della favola? "Con questa sua squadra e questa sua vittoria, la Spagna ha salvato il torneo che era quest'anno chiamata ad organizzare. Quella finale, quel grande incasso a cui ha dato luogo e con lo spettacolo grandioso che ha provocato, ha salvato una manifestazione che, a padroni di casa battuti, poteva anche provocare un piccolo disastro. La pietra finale ha salvato l'intero edificio". Insomma, fu una "gran gran victoria del fútbol español"; ma le Furie Rosse, da quella sera e per quasi mezzo secolo, conosceranno solo delusioni e sconfitte.
Cineteca | Eupallog Eurostorie


1978
El Loco

Ramón Quiroga Arancibia. E' un portiere, è nato qui, a Rosario, e qui ha imparato il suo mestiere. Poi è andato a a difendere i pali dello Sporting Cristal di Lima, poi all'Independiente di Avellanda, poi ancora (e tuttora) allo Sporting. Ha scelto di essere peruviano, e oggi gioca per il Perù. A Rosario, nella sua città. Lui, argentino, è il portiere del Perù in una partita  contro l'Argentina decisiva per l'Argentina, che si disputa nello stadio in cui ha imparato a infilare i guantoni. A Lima lo chiamano 'El loco' (soprannome di tanti portieri), perché non ama presidiare la propria area; cerca applausi e invenzioni anche in altre parti del campo. Pazzo è tuttavia anche il suo destino. E pazzesca la partita, perché all'Albiceleste non basta vincere; deve stravincere. Le sono necessari almeno quattro gol di scarto per avere la finale. E, guarda caso, vince con un risultato più ampio di quello che la matematica pretendeva. Sei a zero. Tante cose del mundial argentino verranno discusse negli anni a venire. Tra queste, anche la presunta corruzione del 'Loco'. Ma, a riguardare le sei reti, di non tutte sembra lui il responsabile. Tutte troppo, troppo facili.
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1988
La trasformazione dell'Olanda

Bene e Male / Guarda, amore, guarda la tv: / Arancione, Gullit, Bianco. / Bianco, Matthaus, nero. Ci vuol poco ad ammetterlo: questi versi non sono granché. Anzi, sono pessimi, anche se usciti dalla penna di Eric van Muiswinkel, eclettico artista nato dalle parti di Utrecht, e dunque compaesano di Van Basten. E' accaduto qualcosa di strano, in Olanda. I cittadini di Amsterdam sono corsi in strada per gettare simbolicamente nel cielo le proprie biciclette, e i poeti sollecitati a versificare. E' accaduto qualcosa di storico:  a Gullit e Van Basten è riuscita l'impresa che mancarono Cruijff e Neeskens: battere i tedeschi a casa loro. Eliminarli in semifinale dal campionato d'Europa che avevano organizzato nella certezza di vincerlo. E' accaduto qualcosa di insolito: il rancore degli olandesi nei confronti dei tedeschi esplode a decenni di distanza dalla fine dell'occupazione nazista. Dalla fine della guerra. Anche i giocatori (in attività e no) scrivono poesie, in rude 'stil novo': Quella nuova maglia è buona soltanto / perché vi ci puliate il sedere, è l'elegante chiusa di un sonetto affidato alla posterità da Johnny Rep. "La trasformazione nazionale che avvenne quel giorno appare in tutta la sua chiarezza proprio in Jonglbloed, che il giorno precedente la partita aveva dichiarato come qualsiasi rancore tra olandesi e tedeschi fosse ormai evaporato. Il giorno dopo l'incontro, a nome della squadra del 1974, scrisse un telegramma alla formazione del 1988 in cui si leggeva: Siamo stati liberati dalla nostra sofferenza" (Simon Kuper).


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20 giugno

1954
Un'apparente umiliazione

Josef 'Sepp' Herberger, trainer della Deutsche Fußballnationalmannschaft (foto), era consapevole di una certa qual inferiorità. Si trattava di affrontare l'Aranycsapat nel pieno del suo splendore; le speranze di batterla erano praticamente nulle. All'esordio, i tedeschi avevano teutonicamente prevalso sulla Turchia; logica pretendeva che i turchi sbaragliassero i coreani e che fosse necessaria, tra Germania e Turchia, una gara di spareggio per l'accesso ai quarti - come stabiliva un regolamento pazzesco varato per l'occasione. E così, Herberger schierò contro i magiari una formazione destinata all'utile sacrificio, risparmiando molti pedatori titolari per i confronti più abbordabili. Così, Puskás e i suoi compagni di merende organizzarono un sontuoso pic-nic, sul prato del Sankt-Jacob. Tutti si divertirono, con la sola eccezione di Kwiatkowski (portiere subentrante ed esordiente; carriera internazionale non fortunata la sua: quattro caps e diciotto palloni rotolati alle sue spalle). Finì otto a tre. Poi i teutonici si rifecero coi turchi, e arrivarono sino in fondo, assai più freschi dei maramaldi magiari. Col senno di poi, si può senz'altro dire che la grande epopea del calcio tedesco contemporaneo iniziò proprio in quel pomeriggio di Basilea, con una sconfitta solo in apparenza umiliante.


1984
En el fútbol todo es posible

La Franza va per conto suo, Roi Michel recita tutte le parti in commedia. L'esito finale del Championnat d'Europe de football è scontato. Si gioca a pallone solo per stabilire chi farà il paggio del re al Parc des Princes. In quest'ottica si misurano España e Alemania nell'ultima del loro girone. Ovviamente sono favoriti i teutonici, anche perché la Roja vive tempi grigi e vanta pochi campioni. Anzi, nessuno. Quando è in serata, tuttavia, Luis Miguel Arkonada Etxarri è un portiere coi fiocchi. Se lo aiutano pali e traverse, diventa insuperabile. Il match è senz'altro avvincente, gli spagnoli sono obbligati a vincerlo. Carrasco calcia un rigore addosso a Schumacher; Allofs sparacchia tiracci addosso ad Arkonada, come fosse l'orso da colpire in un padiglione del luna-park. Immaginate allora, provate a immaginare la potenza dell'urlo salito al cielo da ogni angolo della vecchia Spagna quando, al novantesimo minuto, Juan Antonio Señor Gomez - stella del Real Zaragoza - mette nel cuore dell'area un pallone che i due Förster e Uli Stielike osservano disgustati, mentre sbucato da chissà dove piomba sull'arcuata traiettoria Antonio Maceda Francés (figurina) - difensore centrale dello Sporting Gijon, ma implacabile predatore delle aree altrui -, il quale inzucca come sa fare, imprimendo alla pelota una forza tale da piegare i guantoni del portiere alamanno, esaurendosi beffarda oltre la linea di porta.

2010
La vigoria atletica e morale degli All Whites

Mi telefona un amico, è sempre e parecchio su di giri negli anni pari, all'inizio dell'estate, quando si giocano le coppe del mondo e i campionati d'Europa. "Ah ah ah! Sai cosa c'è stasera?" Una partita, immagino. "Una partita? Secondo te esiste una partita quando in campo ci sono da una parte i campioni del mondo e dall'altra tipacci convinti che la forma naturale del pallone sia ovale, e che sia diventato rotondo solo per colpa di europei e sudamericani che si accaniscono nel prenderlo a calci? Non scherziamo. Ci tocca perdere tempo contro la Nuova Zelanda, e i nostri rischiano di farsi male: quelli placcano e sgomitano che è un piacere, ti rompono le ossa se non stai attento. A ogni modo, le cose andranno come devono andare, e vinceremo con trenta o trentacinque punti di scarto. Tu cosa pensi? Ci sentiamo domani". Non penso nulla di particolare. Accendo la TV e guardo la partita perché so che alla fine mi toccherà discuterne con lui. I nostri giocano un football orrendo, prendono un gol da polli, pareggiano su rigore. Trascorrono i minuti e lentamente cedo, sopraffatto dalla vigoria atletica e morale degli All Whites.

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