11 dicembre

1960
Justo

L'uomo che sta calciando il pallone è Just Fontaine, e indossa la maglia della selezione di Francia. Siamo a Colombes, è l'11 dicembre 1960, i galletti disputano un importante incontro di qualificazione ai mondiali del Cile contro la Bulgaria. Vinceranno, facilmente. 'Justo' resterà all'asciutto, ma soprattutto non vestirà più quella maglia. Ha solo ventisette anni. Si ritirerà prima dei trenta. Oltralpe hanno capito solo molti anni dopo che Fontaine valeva un Platini, uno Zidane, un Henri. Ventuno volte con la maglia dei Bleus, trenta gol. E ricordi indelebili legati a lui, traguardi che che a quei tempi sembravano inimmaginabili: i mondiali del '58, la semifinale col Brasile; le sfide col Real in Coppa dei campioni dello Stade de Reims. Fontaine ha smesso troppo presto di intimorire difensori e portieri, come Van Basten. Anche lui era un fuoriclasse.


1985
La scalogna di Uli Sude

Beh, tutto quel che si può dire è che Ulrich 'Uli' Sude - portiere del Borussia Mönchengladbach (foto) - è stato piuttosto sfortunato. Quel pallone, se non avesse trovato una zolla, una protuberanza, un accidente che ne falsò il rimbalzo, si sarebbe certamente addormentato al caldo dei suoi guantoni. Ma si aggiungerà: capita. In effetti succede più spesso di quel che si immagini, soprattutto d'inverno. I verdi campi intristiti dal fango e dal freddo incarogniscono, e dispensano beffe e tradimenti a gogò. Tuttavia - tuttavia - dopo l'infingardo mutamento di traiettoria, il pallone è finito proprio là dove Sude non avrebbe desiderato, e cioè tra i piedi di Carlos Alonso González Santillana. Chiunque abbia una vaga idea di chi fosse Carlos Alonso González Santillana può facilmente immaginare cosa sia accaduto un istante dopo. Mancavano due minuti alla fine della partita. Improvvisamente, sul tabellone del Bernabéu comparve il numero che tutti speravano ma ormai disperavano di vedere: il numero quattro. Quattro a zero per il Madrid, e l'uno a cinque incassato dai Blancos in Renania da incubo divenne immediatamente qualcosa di simile a un dolce ricordo.


10 dicembre

1960
L'ultima di 'Marisa' e la prima del Trap

Dura circa tredici anni la vicenda in azzurro di Giampiero Boniperti. Inizia nel 1947 al Praterstadion contro l'Austria, e contro l'Austria si conclude nel 1960 a Napoli. Pesante la sconfitta di Vienna (cinque a uno), immeritata quella del San Paolo, giocata su un autentico acquitrino (fotogramma) e davanti a quattro gatti. Finì due a uno, e 'Marisa' impreziosì l'addio con la rete del momentaneo pareggio. Pedatore simbolo della Juventus, fu la 'stella' della nazionale italiana nel lungo dopoguerra, il periodo peggiore della sua storia. Poco fece, va detto, per sollevarne le sorti, fallendo o marcando visita nelle occasioni decisive. L'ultima di Boniperti fu però anche la prima di Giovanni Trapattoni, allora poco più che ventenne. Curiosa coincidenza, vero? "Ci vediamo alla Juve, tra qualche tempo", sussurrò Giampiero nelle orecchie del Trap. "Non credo, io gioco nel Milan". Mai dire mai, da una banale coincidenza il football può ricamare tutto un futuro.
Tabellino | Video (Settimana Incom) 

9 dicembre

1984
Il sortilegio

Curioso palmarés, quello del Liverpool. Cinque volte campione d'Europa, non è mai riuscito a sollevare (nelle sue diverse formule) la Coppa intercontinentale. Nel 1977 si rifiuta di recarsi in Sudamerica, l'anno successivo non ha voglia di misurarsi col Boca, e quando finalmente la sede della competizione si sposta a Tokyo, viene surclassato (è il 1981) dal Flamengo di Junior, Zico e Carpegiani. Trascorrono tre anni, e potrebbe essere la volta buona: l'avversario non pare irresistibile, è l'Independiente di Avellaneda. Ma El Rojo è anche (non a caso) Rey de Copas,  in Sudamerica nessun club vanta un numero maggiore di titoli. E perciò, quando dopo soli sei minuti José Alberto Percudani (foto) beffa la linea difensiva eccessivamente alta degli inglesi e s'invola solitario verso la loro area di rigore, i baffi di Bruce Grobbelaar hanno un fremito di presentimento. E non si sbagliano. La partita finisce lì. I veterani della Kop scuotono la testa e continuano a cantare, ma nulla risulta efficace contro un sortilegio di Eupalla.
Cineteca

8 dicembre

1956
La Honved a Milano

"L'Italia ha accolto i  prestigiosi  giocatori della Honved, non come profughi, per i quali sorge spontaneo un sentimento di fraternità, ma come atleti nel fulgore della salute ai quali si addice l'omaggio dei forti. Capitan Puskas reca in collo, trepido di commozione, la sua piccola bionda Aniko [fotogramma], appena arrivata con la mamma dall'inferno di Budapest. Anche Kocsis ha avuto la gioia di riavere con sé la sua donna e la sua creatura. Un po' di cielo azzurro dopo la tremenda tempesta. Sono venuti tra noi, ambasciatori della lealtà e del valore del loro eroico popolo, che anche nello sport si è elevato, fiero di forze imbattibili, al di sopra della bruta volontà di dominio dei persecutori. Sui colori delle maglie, che rievocano quelli dello scudo di santo Stefano, recano il segno di lutto per la loro patria. I loro fratelli profughi li serrano in una stretta affettuosa, come ad abbracciare idealmente tutta l'eroica gioventù magiara, e al popolo che li ospita con fraternità in queste ore disperate, un gesto di omaggio quasi figliale, Kocsis e Puskas lanciano i fiori in segno di quell'amicizia che nelle ore dure sa temprarsi dalla fiamma del dolore. Ora la parola allo sport" (Settimana Incom del 13 dicembre 1956). Seguono fasi dell'amichevole tra Milan e Honved.
Cineteca


1985
La giustizia e la bellezza

Se il numero dieci si distende improvvisamente sul prato non è per stanchezza. E' per ironica incredulità. In questo preciso istante, starà riflettendo circa le relazioni esistenti tra la giustizia e la bellezza, e certamente penserà che a volte gli dei invidiano la bellezza che gli uomini sanno inventare, e la puniscono ricorrendo all'ingiustizia. Vero. L'uomo che vedete disteso sul prato, come tutti sanno, è Michel Platini. Ha appena realizzato un capolavoro, forse il suo massimo e definitivo. Un gol pressoché indescrivibile: luminoso, accecante, inimitabile. Ma l'interprete dei disegni divini è un tedesco, si chiama Volker Roth, viene da Karl-Marx-Stadt. Cosa fa? Prende tra le mani la tela e la sbreccia, la mutila, la distrugge, l'opera d'arte è annichilita e negata. Naturalmente è un gesto di prepotenza inutile; il gol resterà comunque negli annali di Eupalla, e molti e molti fideles torneranno ad ammirarlo, giorno dopo giorno, simbolo e reliquia dell'assoluta bellezza del football.

7 dicembre

1975
Il derby di Sant'Ambrogio

Curioso, davvero. Nella sua pur millenaria storia, il derby milanese si giocò una volta sola il giorno della festa patronale. Appunto, nel 1975. Non per caso.
San Siro mezzo vuoto, le squadre a metà classifica. Rivera marcava visita, i grandi satanassi nerazzurri erano prossimi all'asfissia agonistica, ma la partita - proprio perché declassata a evento da festa paesana - risultò gradevole, i giocatori in campo non si risparmiarono, Giuseppe Pavone (ala destra dell'Inter) ci rimise un ginocchio, Benetti usciva barcollando ma vivo dai tackle che portava e che gli venivano portati, e si dice che Giacomo Libera (subentrato a Pavone) stabilisse in quell'occasione un record difficilmente eguagliabile: un solo pallone toccato nei trentotto minuti che rimase in campo, ma in posizione di fuorigioco.
A testimoniare il declino delle due compagini basterà il nome di colui che sul tabellino incise il proprio nome per primo: Calloni (foto). Già, proprio lui, lo sciagurato Egidio.
Tabellino | Highlights | Vedi anche Le risate di Sant'Ambrogio (Eupallog Cronache e storie)
[Tratto da Michele Ansani, Lenta può essere l'orbita della sfera]

6 dicembre

2012
El Cinès


Così 'battezzato' da Brera fu Luigi Bonizzoni, allenatore di lungo corso e di mille squadre, tra le quali un Milan di stagioni buone, quelle di fine anni '50. Si spense a Ossona (provincia di Milano) il 6 dicembre 2012. Un personaggio certamente non canonico, nella sua era. "Un grande irregolare del nostro calcio. Un irregolare dall'aplomb e raffinatezza di un britannico luminoso" (Massimiliano Castellani). Ci lasciò in eredità una sorta di autobiografia (Il futuro di ieri). "La mia esistenza è corredata da lunghe fatiche di cui non mi lamento affatto. Soltanto negli ultimi anni sono stato privato dell'uso di una gamba, quella destra con la quale si diceva e dicono calciassi tanto pulito che si poteva leggere ciò che c'era scritto sul pallone. Con ciò il morale ne ha subito moltissimo. Mi è rimasto però il cervello".

5 dicembre

1954
Largo Argentina

Doppia coincidenza. All'Olimpico incrociavano incestuosamente i bulloni (come mai era accaduto sino ad allora) le nazionali d'Italia e d'Argentina; sulla panchina azzurra debuttava Alfredo Foni (foto), cioè colui che applicando il catenaccio aveva appena portato l'Inter a due scudetti consecutivi, fra il disprezzo generale della critica e i mugugni del pubblico (quello di fede non interista, va da sé). D'altra parte, la nazionale era reduce dall'inattesa scoppola subita in terra elvetica, e la federazione aveva a lungo esitato prima di assumere decisioni e rimettere in pista una nostra rappresentativa. Anni bui per il football nostrano, si sa. Non che gli argentini, all'epoca, vivessero giorni felici e producessero risultati brillanti. Loro, per il mondiale svizzero, non avevano neppure provato a qualificarsi; e, in Sudamerica, un torneo continentale non si svolgeva dal 1947. Hanno ora in panca un'antica gloria, niente meno che Guillermo Stábile, il che non li garantisce dai propri antichi 'vizi'. Giochicchiano gradevolmente, come da tradizione, ma si lasciano infilare senza opporre grande resistenza. L'Italia vinse così il primo derby, ma certo il futuro non le apparve improvvisamente più roseo.
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